La Brexit è al giro di boa. A 23 del 29 marzo del 2019 diventerà effettiva mentre esattamente un anno fa, il 29 marzo 2017, la premier britannica Theresa May ha chiesto l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona con cui attivare la procedura per consentire al Regno Unito di uscire dall’Unione europea.

I passi della Brexit

A febbraio del 2016 l’allora premier britannico David Cameron ha negoziato un nuovo accordo con Bruxelles e, per mostrare i muscoli e avere maggiore spazio di manovra, ha invocato un referendum sulla permanenza nell’Unione europea. Da qui sono nati i due fronti: il Remain, di cui facevano parte i cittadini propensi a rimanere tra i 28 paesi dell’Unione (tra cui lo stesso Cameron) e il Leave, la fazione di chi era a favore del divorzio.

Chiamati alle urne il 23 giugno del 2016 i cittadini, a sorpresa e contro ogni pronostico della vigilia, hanno scelto di appoggiare il fronte del Leave(51,9% dei voti). Subito dopo l’esito, David Cameron ha rassegnato le proprie dimissioni, lasciando alla nuova premier Theresa May il compito di interagire con Bruxelles per i negoziati che, di fatto, sono iniziati il 19 giugno del 2017.

Si sono sollevate poi delle eccezioni, perché il referendum era consultivo e quindi l’esito non poteva essere inteso come vincolante. La Corte suprema del Regno Unito ha statuito il 24 gennaio 2017 che solo il parlamento britannico avrebbe potuto rendere possibile l’applicazione dell’articolo 50, motivo per il quale è stato necessaria una legge apposita.

Le cose fatte

Theresa May si è presentata a Bruxelles forte dell’appoggio del popolo, con l’intenzione di imporre la volontà britannica su quella europea. Una strategia che ha trovato forte opposizione tra i 27 stati membri, tant’è che due mesi dopo, siamo ad agosto del 2017, la premier ha ingranato la retromarcia, instaurando rapporti meno autoritari con l’Unione europea.

La data chiave dei negoziati è il 12 settembre del 2017, quando la Camera dei comuni (la camera bassa del parlamento inglese), approva la Great Repeal Bill, una legge che integra parte della legislazione europea in quella britannica. Un segnale di disponibilità al dialogo che, di fatto, riguarda circa 19mila norme sovranazionali che avrebbero creato il caos con l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

Migliaia di norme e regole che vanno da quelle meno pressanti come, ad esempio, il colore dei passaporti che nel Regno ritornerà al blu-oro o l’importazione di frutta e verdura, ma che contemplano anche i pilastri dell’Unione europea, di fatto i temi più sentiti, che riguardano il mercato comune, l’unione economica, quella monetaria (a cui il Regno Unito non ha mai aderito mantenendo la Sterlina), la cooperazione giudiziaria e quella della sicurezza comune.

Particolare l’enfasi sul mercato comune che prevede 4 punti: la libera circolazione delle persone, la libera circolazione delle merci, oltre alle libere circolazioni di servizi e capitali. L’8 dicembre del 2017, Theresa May ha di fatto concordato con Bruxelles che il Regno Unito manterrà tutte e quattro le libertà necessarie per partecipare al mercato unico europeo fino a quando non verrà risolta la questione irlandese, quindi anche dopo il 29 marzo del 2019.

Lunedì 19 marzo 2018 è stato trovato anche l’accordo, secondo cui, non ci saranno variazioni di rilievo fino al 31 dicembre del 2020, un periodo di assestamento di 21 mesi che per il capo negoziatore Ue equivale a “una parte essenziale del cammino verso un divorzio ordinato”, perché soddisfa almeno temporaneamente molte delle preoccupazioni di aziende e persone. Il periodo di transizione che va da marzo del 2019 a fine 2020 permette ai cittadini europei, che si trasferiranno nel Regno Unito, di godere degli stessi diritti di chi vi si è trasferito prima della Brexit.

La questione irlandese

Tra le cose che restano da fare c’è la necessità di trovare un accordo che soddisfi il problema sollevato tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica Irlandese che non uscirà dall’Ue. Vanno quindi disciplinati i controlli di persone, merci e capitali al confine. La bozza dell’accordo divorzistico è di 129 pagine, suddivise in tre colori.

In verde i punti su cui è già stato trovato un accordo, in giallo quelli per i quali c’è un accordo sul piano squisitamente politico e, in bianco, gli accordi che devono essere negoziati. La questione del confine tra le due Irlanda è per lo più scritta sulle pagine bianche perché – e qui si vede la debolezza del Regno al cospetto dell’Europa dei 27 – la May vuole trovare una soluzione alternativa, convinta che i controlli blandi al confine siano deleteri.

Tra i temi a cui trovare ancora una soluzione c’è, su tutti, la rigidità mostrata da Bruxelles che non vuole fare nessuna eccezione e redigere i documenti del divorzio in modo trasparente e giuridicamente inattaccabile, comprese le penalità che scatterebbero se Londra non rispettasse i patti. Non c’è intenzione, per il momento almeno, di concedere sconti sul maxi-conguaglio che il Regno Unito dovrà riconoscere a Bruxelles: 55 miliardi di euro circa che daranno qualche mal di testa ai sostenitori della Brexit i quali, nel pieno del referendum del 2016, sostenevano che rimanere nell’Ue sarebbe costato molto.

Durante i 21 mesi di transizione, Londra potrà firmare accordi commerciali con paesi terzi che entreranno in vigore solo se vidimati dalla Comunità europea. Altro punto interrogativo sono la protezione dei dati (il nuovo regolamento europeo entrerà in vigore a maggio) e le sentenze delle Corti europee. Theresa May ha ipotizzato la creazione di un’apposita commissione per valutare quali decisioni importare nel diritto britannico e, anche su questo punto, Bruxelles non sembra molto convinta.

Fonte: https://www.wired.it/attualita/politica/2018/03/29/365-giorni-brexit-cosa-deciso/

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