«Cabron!» Il Tribunale è in una stradina stretta. Alle dieci del mattino Norbert Feher scende dalla camionetta della Guardia civil e dalle finestre delle case di fronte arrivano le urla e gli insulti degli inquilini. «Màtenlo», ammazzatelo, ordina una donna al terzo piano agitando le spondina con il bucato. L’ex militare serbo si è ripreso dalla sbronza. La notte dell’arresto, quando venne ritrovato esanime nel Pick up che aveva rubato a una delle sue ultime tre vittime, quasi addormentato mentre stringeva sul petto le sue quattro pistole, aveva nel sangue un tasso alcolemico due volte superiore a quello per il quale in Spagna viene ritirata la patente. Nel casolare dove poi dichiarerà di avere bevuto e dormito per tre giorni interi sono state ritrovate bottiglie di vino sparse e due bottiglie di Rhum che sembrano provenire da un negozio alla periferia di Valencia. Che siano i frutti delle sue ultime scorribande nelle campagne della bassa Aragona o la prova definitiva che i suoi contatti erano davvero nella città dove nel 2016 si era fatto fotografare in dolce compagnia, lo stabiliranno gli esami su telefonino e tablet. Anche i carabinieri del Ros hanno un ovvio interesse per quei dati, considerati fondamentali per ricostruire la lunga fuga di Feher. Qualcuno l’ha aiutato. Perché se è vero che addosso non aveva denaro, le due confezioni di munizioni da 50 proiettili ognuna che portava nel giaccone, pronte per ogni evenienza, non possono essere acquistate da una persona senza documenti e senza identità, ricercata ovunque. Quindi è stato un complice a fornirgli la materia prima per uccidere ancora.

L’interrogatori

Alla giustizia spagnola il passato recente non interessa. Ci sono tre cadaveri, c’è un assassino colto quasi in flagranza di reato. Nelle cinque ore di interrogatorio condotte dal giudice locale di Alcaniz, interamente dedicate all’agguato di mercoledì notte, Feher ha ammesso la sua colpevolezza. Una confessione piena, e quasi obbligatoria date le circostanze. Il giudice non ha disposto altri accertamenti: caso chiuso. Ma Feher ha aggiunto anche altri dettagli, ammettendo di aver fatto ricorso a diciotto diverse identità in otto Paesi. In Spagna invece, durante i suoi viaggi negli anni passati, ha sostenuto di aver sempre usato il suo vero nome. Avrebbe poi detto di essere giunto nella bassa Aragona solo 20 giorni fa, e di aver cominciato a cercare cibo saccheggiando le fattorie dell’altipiano dopo aver finito i pochi soldi che aveva. Durante questo tempo, il casolare dove lo scorso 5 dicembre ha ferito due persone che stavano cercando di cambiare la serratura della porta sarebbe stato il suo unico giaciglio fino alla scoperta. Da allora, avrebbe vagato nelle campagne, fino all’ultimo rifugio, il casolare di El ventorillo davanti al quale ha ucciso il proprietario e i due gendarmi.

La latitanza

«Sono arrivato in Spagna lo scorso settembre». La parte che ci riguarda più da vicino, la fuga durata otto mesi, è stata liquidata in mezz’ora al mattino. Carmen Lamela, la giudice della Audiencia nacional colegata da Madrid, gli ha notificato il mandato d’arresto internazionale, chiedendogli se aveva intenzione di essere trasferito in Italia quando si terrà il processo per la morte del barista di Budrio Davide Fabbri e per quella della guardia ecologica volontaria Valerio Verri, che è cosa ben diversa dall’estradizione, sulla quale Feher non ha ovviamente alcun diritto di decidere alcunché. Comunque, ha acconsentito. In Spagna, ha aggiunto, non ha mai avuto lavoro, vivendo sempre del denaro che ha detto di essersi portato dall’Italia. Ammesso e non concesso che sia questa la verità, Feher si è rifiutato di fare il nome della donna cubana che secondo gli investigatori lo avrebbe ospitato a Madrid e poi Valencia, il mosaico che ricostruirà la sua fuga comincia con questi pochi tasselli.

La sbornia

L’ubriachezza della sua ultima notte da fuggitivo non è certo una attenuante. Una bestia feroce resta sempre tale. Le autopsie sui corpi dei due uomini della Guardia civil rivelano la verità elementare della sua intenzione di uccidere. Vìctor Romero è stato colpito tre volte, Vìctor Cabalero cinque. Entrambi a bruciapelo. Alle 17 Feher è uscito dalla stessa porta dove era entrato sette ore prima. La Guardia civil lo ha dato in pasto a fotografi e operatori che lo stavano chiamando, facendolo camminare verso di loro per una decina di metri. Lui non ha abbassato la testa, anzi. Saranno anche impressioni di un istante, ma nei suoi occhi non c’era niente. Solo gelo e indifferenza. Lo sguardo di un assassino nato.

Fonte: http://www.corriere.it/cronache/17_dicembre_18/ho-usato-18-identita-otto-paesi-00fa11be-e377-11e7-b314-d3981516e8be.shtml

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