«Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi, neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà». Nell’ultima udienza del processo di appello per l’omicidio di Yara Gambirasio, l’imputato Massimo Bossetti ha iniziato a parlare rivolgendo «un sincero pensiero», così l’ha definito, alla tredicenne, «l’unica vittima di questa tragedia». La ragazzina fu rapita e uccisa la sera del 26 novembre 2010, a Brembate Sopra, nel tragitto tra la palestra e la casa dove viveva con i genitori, la sorella maggiore e i due fratellini. Ottocento metri, nei quali l’assassino l’ha prelevata e trascinata nel campo di Chignolo d’Isola dove il cadavere fu ritrovato tre mesi dopo: era il 26 febbraio 2011. Bossetti ha parlato per quaranta minuti, con il presidente della giuria, Enrico Fischetti, che ripetutamente gli ha chiesto di essere più conciso. In aula, oltre alla moglie Marita Comi, la sorella gemella e la madre Ester Arzuffi, in lacrime.

«Non posso confessare ciò che non ho commesso»

Bossetti, 47 anni, carpentiere cresciuto a Brembate e poi trasferitosi a Mapello, sposato e padre di tre figli, in primo grado è stato condannato all’ergastolo. Lui si è sempre proclamato innocente. Oggi ha chiesto scusa per «il comportamento scorretto» tenuto nella prima udienza quando era sbottato alle affermazioni del sostituto procuratore generale. «Pensate però come può sentirsi una persona attaccata con ipotesi fantasiose e irreali», ha detto, leggendo alcuni fogli estratti da una cartella rossa. «Fin dal giorno dell’arresto mi hanno interrogato per ore, ma a che cosa serve se poi non ti credono e fanno e quello che vogliono? Non potevo confessare cose che non ho commesso, anche se mi avrebbe fatto comodo. Se fossi io l’assassino di questo orrendo delitto, mia moglie se ne sarebbe accorta leggendomi negli occhi, invece ho sempre mantenuto lo stesso comportamento».

Il legame coi figli: «Ho detto loro che uscirò a testa alta»

«Voglio che i miei figli pensino: il papà è una persona onesta e merita la nostra stima». Sul legame con i figli, un ragazzino di 16 anni e due femmine di 13 e 11, Bossetti ha insistito in modo particolare, confidando che quando vanno a fargli visita in carcere, gli chiedono sempre quando torna a casa e se non c’è un’altra porta dalla quale può uscire. «Io gli rispondo che il papà deve uscire da dove sono entrati loro a testa alta», le parole dell’imputato. «Non ho ucciso Yara, non l’ho mai vista – ha poi ribadito -. Sono sicuro che questo Dna non è mio, vi supplico e vi imploro di disporre la perizia». È la richiesta avanzata dai suoi legali: nuovi accertamenti genetici. Bossetti ha poi definito la sua condanna in primo grado «il più grave errore giudiziario di questo secolo».

Il momento dell’arresto: «Braccato come una lepre»

Parlando del suo arresto, avvenuto il 16 giugno 2014, in un cantiere alle porte di Bergamo, Bossetti ha poi parlato delle «modalità scandalose» usate, a suo dire, dai carabinieri: «Tutto sulla mia pelle, non posso fare finta di nulla. C’era bisogno di farmi inginocchiare davanti al mondo intero e ai figli? Mi hanno fatto sembrare un mostro». Sostiene di essersi sentito umiliato, «come una lepre su una strada, abbagliata e accerchiata da un numero spropositato di cacciatore per essere spolpato vivo. E il mio povero papà dovermi vedere inginocchiato il giorno in cui gli hanno diagnosticato un tumore (è poi morto il giorno di Natale del 2015, ndr)».

La calunnia verso il collega: «Non era un’accusa»

La procura generale chiede la conferma dell’ergastolo per il delitto e la condanna (non inflitta in primo grado sebbene invocata dal pm Letizia Ruggeri) a sei mesi di isolamento per la calunnia nei confronti del collega sul quale, secondo l’accusa, cercò di fare ricadere i suoi sospetti. Anche su questo punto Bossetti si è detto innocente. Ha spiegato che in quei giorni era in isolamento «non ero lucido, sono andato dietro a quello che mi chiedevano gli inquirenti e cioè una spiegazione sul Dna. La mia era una semplice esternazione, non era un’accusa».

L’appello finale

Infine, voltandosi anche verso il pubblico, Bossetti ha ripetuto due volte: «Non sono un assassino, capitelo una volta per tutte. Possibile che non ve ne rendiate conto? La violenza non è la mia indole, nel cuore di Bossetti c’è l’amore per la famiglia, non la violenza. Non posso marcire in carcere per un delitto che non ho commesso». La parola ai giudici. La Corte si è ritirata in Camera di consiglio senza dare un orario per la sentenza, che è probabile arrivi non prima del tardo pomeriggio.

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/17_luglio_17/bossetti-parla-corte-yara-poteva-essere-mia-figlia-neanche-animale-sarebbe-stato-cosi-crudele-6fc3a7d8-6abc-11e7-b051-36367461b8c9.shtml

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