AMBURGO – Cosa resta di una riunione dei “Grandi”- già la seconda – che “prende atto” nero su bianco di un ruolo particolare degli Stati Uniti? Al G7 di Taormina e al G20 di Amburgo la dichiarazione finale contiene un passaggio sui cambiamenti climatici in cui la comunità internazionale si impegna ad andare in una direzione, l’America di Trump in un’altra. E nel capitolo sul libero scambio, pur avendo scongiurato strappi troppo vistosi, Angela Merkel non ha potuto evitare l’inserimento di una bomba ad orologeria, da parte degli americani.

Si tratta di un passaggio che legittimerebbe “misure difensive” sul commercio e dunque anche i dazi sull’acciaio “al 20-25%” che gli Stati Uniti, come dimostra un documento riservato anticipato sabato da Repubblica, è pronta a varare a brevissimo. I partner europei, si legge nel testo, sono “preparati al peggio” e sono pronti a reagire “con qualsiasi mezzo”. Insomma, come ha detto Paolo Gentiloni nella conferenza stampa di ieri, “sapremo come reagire”. Di fatto, però, potremmo essere sulla soglia di una guerra dell’acciaio dalle conseguenze imprevedibili.

Certamente è un successo che la padrona di casa, impegnata a non creare altre defezioni sull’adesione agli accordi di Parigi dopo il primo passo indietro di Washington al G7 italiano, abbia mantenuto attorno al tavolo Paesi come l’Arabia Saudita, la Russia o la Turchia. E in diciannove hanno persino definito “irreversibile” la lotta ai cambiamenti climatici. In altre parole, gli Stati Uniti non potranno più costringere la comunità internazionale ad annacquare gli obiettivi di riduzione delle emissioni nocive.

Emmanuel Macron ha persino annunciato una nuova conferenza sul clima a dicembre, per accelerare su ulteriori impegni. Il mese prima, com’è noto, ci sarà a Bonn la Conferenza internazionale sul clima e le conclusioni di Amburgo, con il Piano di azione concepito in allegato alla dichiarazione finale, consentono di procedere senza salti. E, storicamente, lotta al surriscaldamento globale il “tutti contro uno” di questa riunione, tutto sommato, non è eccezionale. Basi ricordare gli sforzi che fece Angela Merkel esattamente dieci anni fa, al vertice del G8 di Heiligendamm, per convincere per la prima volta George W. Bush a un impegno su questo fronte.

Ma la frase in più voluta dagli americani in cui si sostiene che “aiuterà” gli altri Paesi a produrre energie fossili più pulite del carbone o del petrolio, resta un punto interrogativo. Ed è stato fortemente osteggiato, fino alla notte fonda di venerdì, da Francia, India e Corea del Sud. Potrebbe significare un impegno a sfruttare maggiormente i discussi giacimenti di shale gas, insomma ad aumentare la devastante attività del fracking.

La vera rottura con gli Stati Uniti, tuttavia, è sul libero scambio. Il Paese che ne è storicamente il simbolo, la nazione che ha sempre prosperato grazie a un’economia liberale e aperta verso il mondo, ha un presidente dichiaratamente protezionista. Che ha costretto di nuovo, come al G7 di Taormina e al G20 finanziario di Baden-Baden, una comunità di Paesi che rappresenta l’’85% dell’economia mondiale a una “dura” battaglia, come ha ammesso Merkel, sul commercio internazionale. Inserendo sin da Baden-Baden un termine nuovo nelle dichiarazioni – “commercio equo” – e ingaggiando un braccio di ferro persino sull’obiettivo della “lotta al protezionismo”. Nella dichiarazione finale è sopravvissuta, ma con una coda velenosissima.

Nel documento, dopo aspre battaglie, è finita una frase che dichiara legittima la possibilità di “misure difensive” da prassi ritenute scorrette. È una concessione micidiale. Chi deciderà, in futuro, cos’è scorretto? Merkel ha ammesso che sul tema la precedente presidenza del G20 cinese aveva inaugurato un foro che dovrà individuare le “capacità eccessive” dell’acciaio e che questo foro sta lavorando troppo lentamente. L’obiettivo è un’accelerazione, scritta anche nero su bianco nel comunicato, perché a novembre ci siano le conclusioni. Altrimenti, ha ammesso la stessa Merkel, “rischiamo atti unilaterali”. E quelli “non li vuole nessuno”. In realtà, uno sì, Donald Trump. E per i suoi piani, tre mesi potrebbero essere ere geologiche. Intanto incombono dunque i dazi al 20-25% sull’acciaio che potrebbero sconquassare il vecchio ordine mondiale basato sul libero scambio.

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/09/news/g20-170341809/

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