23 maggio 1992. Mentre a Roma il Parlamento è impegnato nella elezione del nuovo capo dello Stato, a Palermo è un caldo sabato di maggio. Il giudice Giovanni Falcone collabora con il ministro Claudio Martelli. Passa a Roma la gran parte della settimana. Ma quando può, nel week end, raggiunge assieme alla moglie Francesca la sua città. Come oggi. Vede i suoi amici. I vecchi colleghi del pool antimafia. Ha da poco compiuto 53 anni il giudice Falcone. Ha festeggiato assieme all’amico Paolo Borsellino, anche lui magistrato e compagno di indagini e battaglie, come racconta Giovanni Bianconi nel libro L’assedio. Hanno brindato Giovanni e Paolo lunedì scorso perché, se anche per l’anagrafe Falcone è nato il 20 maggio del 1939, tutti, parenti e amici, sanno che in realtà la registrazione della sua nascita è avvenuta con due giorni di ritardo.

Giovanni Falcone è un simbolo della lotta alla mafia. Negli anni ‘80 ha fatto parte di un pool con Antonio Caponnetto e Paolo Borsellino. Una squadra di magistrati il cui lungo e duro lavoro di indagini sui crimini di mafia commessi da Cosa Nostra in Sicilia e non solo ha portato all’istruzione di un maxiprocesso cominciato a Palermo nel 1986 e finito nel gennaio del 1992. L’esito del processo in primo grado è stato un successo per il pool: più di 400 imputati, 19 ergastoli e quasi 2.700 anni di reclusione in totale. Pene per la maggior parte confermate in Cassazione. Falcone è pronto a guidare da Roma una superprocura nazionale contro boss e criminali. Ma già dall’autunno del 1991 i mafiosi hanno cominciato a incontrarsi e pianificare la morte del magistrato. Il capo dei capi, Toto’ Riina sta perdendo terreno e vuole vedere morto Falcone. E così anche i boss Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca, e ancora Leoluca Bagarella, Gioacchino La Barbera, Mariano Agate, Biondino, Gioe’. Una rappresaglia, un atto di forza. Una azione simbolica che dimostri, dopo le condanne della Cassazione, la supremazia della mafia sullo Stato.

Giovanni Falcone è sempre più isolato. Gli uomini della mafia lo vogliono vedere morto. E su di lui da qualche tempo si sono allungate le ombre dei sospetti e delle critiche degli uomini dello Stato. La guida della superprocura è tutt’altro che cosa fatta. Già qualche anno fa a Falcone è stata di fatto negata la direzione del pool antimafia a Palermo. A lui il Csm ha preferito Antonino Meli. “Mi avete crocefisso. Perché mi avete inchiodato come bersaglio” il commento amaro del magistrato. Nel mese di giugno del 1989 era fallito un attentato contro di lui nella sua villa all’Addaura. Adesso molti tra i colleghi lo criticano anche per la sua collaborazione con il ministro Martelli.

Ore 17,58 del 23 maggio 1992. Un boato rompe il silenzio di quel sabato palermitano un po’ ventoso. La città è a una manciata di chilometri. All’altezza dello svincolo per Capaci una colonna di fumo si alza densa e nera in cielo. Sembra un terremoto. Quattrocento e passa chili di tritolo aprono una voragine che risucchia la Croma marrone uccidendo Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. L’auto guidata dal giudice Falcone va a sbattere contro il muro di detriti. L’impatto è violentissimo: il magistrato e la moglie Francesca Morvillo vengono scaraventati sul parabrezza. Moriranno in ospedale. Si salva Giuseppe Costanza, l’autista seduto sul sedile posteriore della Croma guidata dal magistrato. E si salvano anche gli agenti di scorta nella terza vettura. Ad azionare il telecomando dalla collinetta è Giovanni Brusca. Racconterà anni dopo di una certa esitazione in quel preciso istante. “Per tre volte Antonino Gioe’ che era con me mi disse vai, vai vai. Non so perché, c’era qualcosa che mi diceva di non farlo. Poi schiacciai”.

Il 25 maggio Oscar Luigi Scalfaro viene eletto presidente della Repubblica. Ai funerali del giudice Falcone e degli agenti di scorta ci sono le più alte cariche dello Stato. Una ragazza rompe le consuetudini e sale sul pulpito. È Rosaria Schifani, vedova dell’agente Vito. Ha 22 anni e un figlio di 4 mesi. Piange. “..chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro… sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano…”. Cinquantacinque giorni dopo, nella strage di via D’Amelio muoiono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Il 23 giugno Borsellino aveva ricordato l’amico Giovanni davanti a un migliaio di persone delle associazioni antimafia nel cortile di Casa Professa a Palermo: “… per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni…, le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità”.

Fonte:http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_21/23-maggio-1992-l-attentatuni-capaci-cosi-mori-falcone-fcafaf20-3e07-11e7-b817-1edf273dd83b.shtml?refresh_ce-cp

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