Spotify prepara uno sbarco a Wall Street tra il quarto trimestre di quest’anno e i primi tre mesi del prossimo. Ad una valutazione che già oggi, secondo indiscrezioni, ha raggiunto i 13 miliardi di dollari. E con una radicale variante rispetto ai tradizionali collocamenti azionari iniziali: eviterà le procedure dell’Ipo, con la loro raccolta di capitali attraverso la vendita di titoli a investitori prima del debutto e con banche sottoscrittrici che su questa base stabiliscono il prezzo del debutto sul parterre. Per scegliere invece la via «democratica» e «semplificata» della quotazione diretta al New York Stock Exchange: gli investitori potranno comprare le nuove azioni sul mercato, immediatamente e senza prescritte quotazioni e restrizioni.

Sarebbe la prima volta che una società di queste dimensioni mette alla prova ildirect listing. Una novità che, se confermata e se avrà successo, potrebbe lasciare un’eredità duratura e innovativa nel processo di quotazione delle aziende, soprattutto hi-tech. Anche se questo non vuol dire che facciano del tutto a meno del ruolo delle investment bank: Spotify per gestire il collocamento ha comunque ingaggiato sia Morgan Stanley che Goldman Sachs e Allen & Co. I rischi di questo collocamento democratico, inoltre, potrebbero non essere da tutti: maggior volatilità al debutto e nella prima delicata fase da gruppo quotato, in assenza di periodi di lock up che impediscano agli iniziali investitori di vendere i titoli.

La società svedese di streaming di musica non è stata dissuasa dai suoi progetti né da simili rischi, né dalle recenti difficoltà incontrate da altri neo-protagonisti dei media digitali in Borsa. È dei giorni scorsi il brusco scivolone di Snap, la casa madre del social network con messaggi e immagini che svaniscono in poche ore: dopo aver debuttato con grande fanfara in marzo, all’appuntamento con il primo bilancio trimestrale ha denunciato le difficoltà di business e di far fronte alla concorrenza, nel suo caso soprattutto Facebook, tanto più sotto gli occhi del mercato. Le perdite sono state molto superiori alle previsioni – 2,2 miliardi di dollari – e assieme a frenate nella crescita degli utenti hanno spinto il titolo a bruciare un quinto del suo valore in una sola seduta.

Spotify, da parte sua, conta oggi su tremila dipendenti, un piccolo esercito di 50 milioni di abbonati e un tasso di crescita delle entrate del 43 per cento. Abbastanza, è convinta, per tener testa a sfide e concorrenti, visto oltretutto il suo servizio mirato. Ma, come Snap, deve ancora riportare un profitto e l’anno scorso ha subito perdite pari a 179 milioni di euro.

La Borsa americana, nonostante i continui livelli record degli indici, attende ancora con qualche apprensione rilanci delle Ipo, considersti uno dei barometro della più generale salute del mercato come dimostrato dall’attenzione attorno a Snap. I collocamenti iniziali sono reduci da battute d’arresto nell’ultimo anno: il 2016 ha visto i fondi rastrellati attraverso simili debutti diminuire del 40% dai dodici mesi precedenti, con una frenata particolarmente brusca proprio nel comparto leader dell’alta tecnologia dove i proventi sono scesi del 56 per cento.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-05-12/spotify-sbarco-wall-street-13-miliardi-entro-l-anno-213151.shtml?uuid=AEI1oVLB

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