Non ne hanno risparmiata nessuna. Neanche una delle municipalizzate di Reggio Calabria è sfuggita alla bramosia dei clan. A rivelarlo è l’operazione Trash, che ha spiegato come la Fata Morgana spa, ditta che per conto del Comune per anni si è occupata della raccolta differenziata, fosse finita nelle mani della ‘ndrangheta, al pari delle altre società miste negli anni passati sciolte per mafia.

Per ordine dei pm Giuseppe Lombardo e Stefano Musolino, questa mattina sono finiti in manette esponenti di spicco dell’élite dei clan cittadini, incluso il boss Orazio De Stefano, fratello dello storico boss don Paolino, ma soprattutto zio dell’attuale capo-crimine di Reggio, Giuseppe De Stefano, di recente condannato in appello a 27 anni di carcere. Si tratta di uno dei massimi esponenti del clan, cui era stata delegata l’infiltrazione del settore della raccolta dei rifiuti, ma anche il coordinamento di interessi e pretese dei vari clan autorizzati a entrare nella “gestione” delle municipalizzate. Un business – hanno svelato diverse inchieste, oggi confortate anche da sentenze definitive – che ha fatto da architrave alla nuova “forma di governo criminale” della città, definita all’indomani della seconda guerra di ‘ndrangheta.

Ecco perché a gestire lo strategico settore delle miste ci sono sempre stati i massimi vertici dei clan cittadini ed ecco perché oggi a finire in manette è stata la “linea di comando” del clan de Stefano ancora in libertà. Per l’infiltrazione della Fata Morgana spa, insieme a Orazio de Stefano in carcere sono finiti il nipote, Paolo Rosario De Stefano, suo cugino Paolo Caponera, lo zio di quest’ultimo, Giuseppe Praticò, e l’ex dipendente dell’autoparco comunale, Andrea Saraceno. Tutti uomini considerati affiliati o vicini al potente casato mafioso dei De Stefano e per questo incaricati di gestirne gli affari. Inclusa la società mista che per il Comune di Reggio Calabria e altri del circondario si occupava della raccolta differenziata dei rifiuti. E non solo.

Secondo la curiosa architettura societaria definita dalle amministrazioni del tempo, non solo c’erano due società diverse ad occuparsi della raccolta del ‘tal quale’ e della differenziata (entrambe poi risultate infiltrate dai clan), ma alla Fata Morgana erano affidati anche altri remunerativi compiti. La società si occupava anche della costruzione di impianti per il trattamento, valorizzazione e la collocazione temporanea e definitiva dei rifiuti, della bonifica dei siti contaminati da attività di smaltimento di rifiuti, della manutenzione e altri servizi. Tutti affari finiti in mano ai De Stefano.  “La società – dice il capo della Squadra mobile reggina, Francesco Rattà – è stata letteralmente spolpata dal clan”. E probabilmente anni per questo nel 2012 è andata in fallimento.

Per anni, i De Stefano, avrebbe di fatto controllato la Fata Morgana, gestendone lavori e appalti sul territorio, ma anche alcune delle ditte private dell’indotto, cui venivano imposti fornitori e dipendenti, fra i quali anche Caponera e Praticò, fermati oggi. Tutte le società erano inoltre obbligate a versare tangenti pari a 2mila euro per ogni commessa, che si aggiungevano ai 15mila euro al mese che i De Stefano pretendevano mensilmente, per un totale che supera i 200mila euro l’anno.

Una “contabilità” delle estorsioni spiegata in dettaglio agli inquirenti dal pentito Salvatore Aiello, cugino del clan De Stefano, anche per questo assunto come direttore tecnico della Fata Morgana spa e per anni amministratore di fatto della società. “Oggi lo Stato è tornato ad affermare la propria autorità sul territorio – commenta il questore di Reggio Calabria, Raffaele Grassi – Quest’indagine è l’ennesimo passo avanti nella strategia di attacco frontale alla criminalità organizzata”. Un lavoro ancora in corso e che rischia di far tremare anche la classe politica e gli amministratori dell’epoca, coinvolti nella gestione delle miste. “Ma questi aspetti – spiega il comandante della Mobile – non sono oggetto di questa indagine. Al momento”. Anche perché il pentito Salvatore Aiello ha parlato – e in dettaglio – delle pressioni ricevute dalla politica per commesse e assunzioni.

Fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/11/news/_ndrangheta_business_rifiuti_in_manette_capi_clan_de_stefano_operazione_coordinata_dda_reggio_calabria-165152932/

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