LAS VEGAS – Dicono sia la metafora dell’impossibilità di diventare qualcuno: pensionati davanti alle slot machine, showgirl con la faccia da Bambi, le anche di Elvis Presley dentro i flipper di un casinò. Eppure Tiziano Ferro ha scelto Las Vegas per girare il video di Lento/Veloce – esce il 21 aprile – terzo estratto da Il Mestiere della vita (quattro dischi di platino). “Celentano divideva il lento dal rock. L’amore era rock. Io, invece, ho preso l’amore e per vent’anni ho parlato solo di quello”, sorride Tiziano Ferro. Lo seguiamo tra la Strip e una suite al 56mo piano su Flamingo Road, in compagnia di tre individui che imitano, nella stazza e nel look, gli amici fuori di testa di Una notte da leoni. Il bomber di Tiziano grida “Samba”, “Cha Cha Cha”, mentre nella stanza d’hotel cominciano a sfilare un sosia di Mike Tyson, ballerine persiane con lo smalto di fuoco, parrucche, spara- coriandoli, pupazzi, cappelli hawaiani e guantoni da stadio. Da Latina, dov’è nato 37 anni fa, e a cui ha dedicato una canzone contenuta nel Best of, al mega luna park del Nevada fatto di monetine e body-builder, per prendersi un altro morso dell’America di Trump. Prima, però, un tour che lo porterà di nuovo a San Siro (16, 17 e 19 giugno) e all’Olimpico (28 e 30 giugno). “Sarà uno spettacolo da togliere il fiato”, anticipa. “Ma niente ribattuta, nessun tour invernale. A metà luglio finisce tutto”. E arrivederci al 2020.
A Los Angeles da giugno ed ora un video a Las Vegas. Tiziano Ferro, non ha scelto due città ma due allucinazioni. Perché?
“Ho vissuto in Messico, Manchester, Milano, porto nel cuore Madrid e la Spagna. Ma la rottura degli schemi è una cosa che mi perseguita da sempre. È come se avessi il terrore della monotonia, ho un bisogno costante di sorprese. Los Angeles, l’ho attraversata per anni senza capirla mai, poi ho cominciato a vivere una mia quotidianità nella Valley, tra meraviglia e baratri d’alienazione. A chi si avvicina all’America senza un grado di sicurezza, direi di far molta attenzione: non venite a cercare voi stessi qui, perché non è l’India”.

Ha trovato ostacoli?
“Ho collaborato con artisti internazionali che dall’Europa non avrei mai raggiunto. Il muro me l’ha messo davanti la vita di tutti i giorni: l’assicurazione della macchina, aprire un conto in banca, spiegare a chi ti affitta casa che non sei un italiano scappato di casa… Un amico mi ha fatto notare che non è il sistema a trattarmi male, ma è mia la colpa: “Tiziano, ti trattano da persona normale”. Ho sempre pensato che la vita all’estero mi mantenesse puro dall’ego, invece mi trovo in America vittima di quella droga. Sono attratto dalle dipendenze, o meglio dal disagio che c’è dietro. Da piccolo gli spot antidroga mi tenevano incollato al televisore”.

Da cosa scappa?
“Dal diventare qualcuno. Mi sento un po’ in riabilitazione da egolatria. Questo è un mestiere che, per quanto tu lo voglia fare da vergine, alla fine ti intrappola: ti porta sempre a parlare di te, a scegliere la versione di Tiziano da qui a poco dopo. I social media? Sono il crack del narcisismo. Mi fa paura vivere per l’istante. Io vivo per l’infinito: spero di lasciare un messaggio che rimanga anche quando non ci sarò più”.

Come sta progettando il tour estivo?

“Sarà uno spettacolo con la musica al centro. Quando vado ai concerti, voglio le canzoni, non le divagazioni mentali di un cantante che si sente onnipotente. Nel frattempo scrivo parecchio; divento prolifico se penso di scollegarmi, di non dover rispondere a delle esigenze. Poi la canzone arriva. Mi racconta lei che alla fine non c’è da preoccuparsi. Dopo vent’anni di carriera posso dirlo: sono nato per questo. Ma con la data del 15 luglio allo Stadio Franchi di Firenze, io chiudo. Non ci sarà una ribattuta, non ci saranno indoor e palazzetti. Il prossimo tour arriverà dritto con il nuovo disco, tra un paio d’anni almeno. Non riesco ad esserci sempre. Ho bisogno di scrivere all’ombra”.

Parlava di infinito: cosa resterà di lei?
“Non solo musica. Mi piacerebbe scrivere una sceneggiatura simile a quella di Via da Las Vegas con Nicolas Cage alcolizzato. Ho amato La pazza gioia, Perfetti sconosciuti, Lo chiamavano Jeeg Robot, Julieta di Almodóvar. Sono aperto al cinema. Una volta in aereo ho incontrato Nanni Moretti. Mi sono buttato con l’ammirazione di un fan e lui mi ha liquidato così: “Ma, a Latina, come sta messa la squadra di pallanuoto?”. Fine”.

E la paternità?
“Più sto in America, a contatto con genitori gay, più comprendo la nostra scelta sentimentale e scopro come funziona la realtà ma anche come dis-funziona. La mia data limite per avere un figlio è quarant’anni. Ora mi sto impegnando come promotore del Lazio Pride. È importante stanare l’odio e la paura nelle province. La mia Latina sta diventando una città del futuro”.

Cosa la commuove?
“Mi commuovo quando vedo qualcuno che mi somiglia e gli vedo fare delle cose che io mi sono perso per strada, per colpa delle abitudini e dell’ego”.

Fa leggere le interviste a sua madre?
“Mia madre “sa”. Da bambino ero molto grasso e lei non poteva comprare dolci, ma a papà piaceva la Nutella. Quindi nascondeva le confezioni nei ripiani alti. La beccavo sempre: mangiavo la Nutella dal mezzo, creando, scientificamente, un buco concentrico che mantenesse le pareti intonse, in modo che lei, guardando il vasetto, credesse che fosse ancora pieno. Lo andava a prendere ed era una specie di relitto del Titanic. Da lì in poi ho capito che a mia madre non posso nascondere niente”.

Source: http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2017/04/10/news/tiziano_ferro_dopo_il_tour_mi_fermo_e_il_momento_di_un_figlio_-162657503/

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