Compositore, direttore e saggista, ha fatto tabula rasa insieme a Stockhausen, Berio e Nono di tutta la tradizione ante guerra

Con la morte di Pierre Boulez (era nato novant’anni fa a Montbrison, piccola cittadina nel cuore della Francia, dipartimento della Loire) scompare l’ultima delle figure di riferimento della cosiddetta «Nuova Musica», di cui formava il vertice in un quartetto accanto a compositori ormai storicizzati come Karl-Heinz Stockhausen, Luigi Nono e Luciano Berio. Neue Musik che, partendo dai famosi corsi di composizione a Darmstadt, diede un indirizzo «nuovo» alla musica contemporanea, nel segno di una tabula rasa verso quasi tutto quanto era accaduto prima della seconda guerra mondiale. Un tempo di grandi polemiche, segnato da liste di proscrizione non solo di compositori allineati con i regimi precedenti, ma anche di quelli che non ritenevano che l’esperienza della musica «seriale» o dodecafonica fosse l’unica risposta costruttiva possibile. Il giovane Boulez, allievo al Conservatorio di Parigi di una delle figure più singolari e insigni del secondo Novecento francese, Olivier Messiaen, si fece subito notare per l’invito a passare oltre anche alle figure più alte del suo tempo. Boulez attaccò post mortem – perfino il padre della musica dodecafonica, Arnold Schoenberg, indirizzando la sua attenzione come compositore verso le opere razionaliste e aforistiche del suo altrettanto famoso allievo, Anton von Webern. E i giovani arrabbiati minacciavano di non risparmiare nemmeno Igor Stravinskij, che, infatti, pensò bene, morto Schoenberg, di accostarsi alla tecnica «seriale», compiendo la sua ultima, clamorosa virata stilistica.

Chi invece continuò nella linea neoclassica, come Francis Poulenc, veniva considerato alla stregua di un confettiere, di un attempato pasticciere. Col passare degli anni Boulez affiancò all’insegnamento e alla composizione (e ad una più saltuaria ma importante attività saggistica) un sempre più crescente impegno come direttore d’orchestra (un suo modello era stato uno delle colonne del Festival di Donaueschingen, il maestro Hans Rosbaud, per anni direttore stabile dell’orchestra della Radio di Baden-Baden, città dove Boulez è morto), non solo ospite delle maggiori orchestre del mondo, ma assumendo la direzione stabile di formazioni prestigiose (la BBC a Londra, la Filarmonica di New York che nella sua gestione però conobbe uno dei periodi meno felici l’Orchestra di Cleveland), punto di riferimento anche al Festival di Bayreuth, dove partecipò nel 1976, all’edizione dell’Anello del Nibelungo che celebrava il centenario della tetralogia di Wagner, spettacolo che si avvaleva della rivoluzionaria regia di Patrice Chéreau, il quale traslocò il Walhalla dalla mitologia nordica all’età della rivoluzione industriale, secondo l’ironica lettura del Wagneriano perfetto di George Bernard Shaw.

Di pari passo alla rivoluzione registica di Chéreau, Boulez proclamò il suo interesse non per la «retorica» dei temi conduttori, ma per l’ingegno artigiano e tecnico del tessuto connettivo, seguendo una linea gallica che a Wagner arrivava attraverso Debussy. Spesso i proclami interpretativi non trovavano riscontro nel fatto esecutivo, essendo stato Boulez un’interprete più vicino alle vie medie della borghesia intellettuale francese che agli estremismi radicali o all’intellettualismo troppo spesso reclamizzato a proposito.Il repertorio di Boulez, che prediligeva oltre ai suoi «commilitoni» di Darmstadt, classici come Berlioz, Debussy, Bartòk, Messiaen, si allargò negli ultimi anni anche ad autori come il polacco Szymanowski e a compositori che un tempo aveva criticato, come Ravel e Stravinskij. Nel 1970, la sua figura assurse allo stato di un sovrano assoluto della musica contemporanea, quando il colto presidente della Repubblica francese, Georges Pompidou, gli diede gli strumenti per creare il centro dell’IRCAM (Istituto di Ricerca e Coordinamento Acustico e Musicale) di Parigi, alla cui direzione rimase per più di un quarto di secolo. Per anni chi passava dall’IRCAM, chi era stato invitato da Boulez, aveva il visto fondamentale per il pedigree di compositore.

Chi dissentiva dalla sua linea, veniva scomunicato, come toccò ad un compositore del genio di Hans Werner Henze, per una sua splendida composizione per orchestra (Nachstuecke und arien), abbandonata dalla troika Boulez-Nono-Stockhausen, dopo poche battute.Più che l’attività organizzativa, di Boulez rimane un grande lascito nella vasta discografia (ristampata al completo per il novantesimo compleanno) e nell’altrettanto imponente catalogo compositivo. Il passaggio dall’esegesi alla storia è già compiuto.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/boulez-se-ne-va-padre-musica-contemporanea-1210668.html

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